Test da carico orale di glucosio: è arrivato il momento di cambiarlo?

Il test da carico orale di glucosio (OGTT) rappresenta, ormai da decenni, uno dei principali e più diffusi strumenti per la diagnosi di diabete di tipo 2 e di diabete gestazionale (GDM).

The Oral Glucose Tolerance Test-Is it time for a change? A literature review with an emphasis on pregnancy.

Il test da carico orale di glucosio (OGTT) rappresenta, ormai da decenni, uno dei principali e più diffusi strumenti per la diagnosi di diabete di tipo 2 e di diabete gestazionale (GDM). In questa Review, focalizzandosi in particolare sul GDM, ma illustrando concetti che possono essere ritenuti applicabili in tutte le situazioni nelle quali viene utilizzato questo strumento diagnostico, gli Autori mettono in luce come questo test presenti importanti limitazioni alle quali sarebbe necessario dedicare maggiore attenzione. Alcuni di tali limiti riguardano aspetti tecnici inerenti sia alla fase preanalitica che a quella analitica, altri, altrettanto rilevanti, sono correlati ad aspetti fisiologici. Non è infatti sufficientemente ben definito, ad esempio, quale sia l’effetto di sessioni di esercizio fisico nelle ore o nei giorni immediatamente precedenti l’esecuzione del test, mentre definire questo aspetto in modo più chiaro potrebbe portare a fornire indicazioni comportamentali specifiche ai pazienti. Simile attenzione dovrebbe essere data alla standardizzazione della durata del digiuno prima dell’esecuzione dell’esame e alla dieta dei giorni precedenti, in particolare per quanto riguarda l’assunzione di carboidrati. Altrettanto rilevanti, e di difficile correzione, risultano gli aspetti relativi alla variabilità individuale dei tempi di svuotamento gastrico e all’impatto dello stato di idratazione, che può presentare significative variazioni, anche stagionali, sul metabolismo del glucosio. Anche l’effetto dello stress e di un riposo notturno non soddisfacente non sono adeguatamente considerati nell’interpretare i risultati dell’OGTT; questi due aspetti appaiono particolarmente rilevanti in gravidanza, periodo di importanti cambiamenti fisiologici e psicologici associato a difficoltà del sonno. Inoltre, neppure la definizione della quantità di glucosio da somministrare per l’esame, pari attualmente a 75 g di glucosio, risulta così univoca; esistono infatti numerose evidenze che suggeriscono che sarebbe meglio personalizzarla tenendo conto della superfice corporea di ciascun paziente. In ultimo un aspetto, che è stato messo in luce dalla difficoltà di accesso agli ospedali durante la pandemia da COVID-19, riguarda la complessità e la durata di esecuzione dell’esame che fanno sì che ci siano a volte ritardi nella programmazione che possono avere effetti pericolosi per la salute, sia per le donne in gravidanza, nelle quali la diagnosi dell’eventuale GDM deve essere precoce per consentirne una gestione ottimale, sia nella popolazione generale nella quale una ritardata diagnosi di diabete aumenta il rischio di complicanze. Tutte queste considerazioni rendono evidente come sarebbe importante validare per l’utilizzo nella pratica clinica uno o più dei biomarcatori che negli anni sono stati identificati, tra questi ricordiamo i livelli circolanti di adiponectina, i livelli della proteina glicata CD59 o la concentrazione plasmatica di nesfatina; tutti biomarcatori che potrebbero essere valutati con un singolo prelievo ematico.

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