Empagliflozin potrebbe essere utile anche nel trattamento delle cardiopatie indotte da ipercortisolismo cronico

L’esposizione cronica ad elevate concentrazioni di glucocorticoidi (GC), causata da malattie, quali la Sindrome di Cushing (CS), o dalla somministrazione terapeutica di GC, può indurre ipertensione, alterazioni del metabolismo, coagulopatie e complicanze cardiovascolari.

Empagliflozin improves chronic hypercortisolism-induced abnormal myocardial structure and cardiac function in mice.

L’esposizione cronica ad elevate concentrazioni di glucocorticoidi (GC), causata da malattie, quali la Sindrome di Cushing (CS), o dalla somministrazione terapeutica di GC, può indurre ipertensione, alterazioni del metabolismo, coagulopatie e complicanze cardiovascolari. I pazienti affetti da CS mostrano, infatti, ipertrofia ventricolare sinistra, aumento della fibrosi miocardica, riduzione della frequenza cardiaca e alterazioni dell’intervallo QT, carattere distintivo dei pazienti con CS, causato dall’effetto cardiotossico indotto dall’esposizione ad elevati livelli di cortisolo. Tuttavia, attualmente non vi è una specifica strategia terapeutica volta a prevenire il danno tissutale associato a ipercortisolismo cronico. Numerosi studi, hanno dimostrato che Empagliflozin, farmaco della classe degli inibitori di SGLT2 (SGLT2i), esercita un effetto benefico sul sistema cardiovascolare, riducendo l’incidenza di infarto e di morte cardiaca nei pazienti ospedalizzati. Tuttavia, gli effetti degli SGLT2i sulle patologie cardiache indotte da ipercortisolismo non sono stati ancora ben analizzati. A tal proposito, Zhang e colleghi hanno verificato gli effetti di Empagliflozin sugli eventi di fibrosi cardiaca e disfunzione miocardica indotti da ipercortisolismo cronico, tramite studi in vivo condotti su topi randomizzati in tre gruppi: controllo, trattamento con corticosterone e trattamento con corticosterone ed Empagliflozin per 4 settimane. I dati ottenuti in questo studio dimostrano che la terapia farmacologica con SGLT2i migliora la disfunzione ventricolare sinistra e inibisce l’ipertrofia cardiaca e la fibrosi miocardica. Nei topi sottoposti a terapia si evidenzia una significativa riduzione del deposito di collagene rispetto a quanto riscontrato nei topi sottoposti a trattamento con GC e un abbassamento dei livelli di espressione del fattore pro-fibrotico TGF-ß1. Il trattamento farmacologico attenua anche l’infiltrazione macrofagica nel tessuto cardiaco, indotta da elevati livelli di GC, favorendo la transizione da macrofagi pro-infiammatori M1 a macrofagi anti-infiammatori di tipo M2; come dimostrato dalla riduzione dei livelli di espressione di TLR4 e dei livelli di fosforilazione di STAT3. Il pathway di segnalazione di STAT3 è, infatti, implicato nella polarizzazione dei macrofagi e nel rimodellamento cardiaco mediato dall’angiotensina II, in cui i livelli di fosforilazione di STAT3 sono correlati all’espressione dei recettori TLR4. Infine, la terapia con Empagliflozin riduce il peso corporeo e l’accumulo di grasso viscerale, abbassa i livelli di trigliceridi epatici e quelli di acido urico.

Complessivamente, questi dati suggeriscono che gli effetti benefici degli SGLT2i esercitati sul sistema cardiovascolare sono indipendenti dalla loro funzione ipoglicemizzante e che Empagliflozin potrebbe rappresentare una nuova strategia terapeutica per il trattamento delle cardiopatie indotte dall’ipercortisolismo cronico.

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